Dopo una fase di grande debolezza delle monarchie europee scaturite dalla Divisio regnorum, con le conseguenti interminabili guerre di successione, intorno alla meta del secolo X sorse fra tutti un uomo forte: Ottone I di Sassonia. Questi, vinse in battaglia Berengario II re d’Italia della stirpe degli Anscarici di Ivrea e con una serie di leggi favorevoli alla corona germanica rifondo la monarchia attribuendo per legge il titolo di re d’Italia e quello di imperatore al sovrano germanico, cioe a se stesso e alla sua discendenza.
La politica pero ha le sue regole e nonostante la grande forza dimostrata dal germanico, egli non giunse a scalzare del tutto la dinastia degli Anscarici dal trono marchionale di Ivrea, tant’e che l’importantissimo incarico pubblico continuo ad essere ricoperto da Corrado Conone, figlio dell’odiato Berengario.
Verosimilmente per controbilanciare questa presenza, potenzialmente avversa alla casa di Sassonnia, l’imperatore nomino un suo uomo fidato a capo della diocesi affinche potesse controllare da vicino l’operato del marchese e nel caso difendere con energia gli interessi del casato germanico.
La scelta cadde su Warmondo, dell’antica famiglia degli Arborio, gia alto funzionario imperiale (camerarius et avocatus).
L’Italia visse una stagione di declino sotto l’impero degli Ottoni, che coincise con l’affermazione dell’egemonia germanica. L’unico guizzo di orgoglio e, conseguentemente, di prestigio internazionale, si registro alla fine del secolo ad opera di Arduino successore di Corrado Conone sul seggio marchionale di Ivrea intorno a 995.
Questi, sulla base di contese territoriali, porto alle estreme conseguenze l’antagonismo con gli ambienti episcopali della marca, tra cui in particolare Ivrea e Vercelli.
La concessione imperiale al vescovo Pietro di Vercelli del feudo di Caresana, questione apparentemente secondaria rispetto ai grandi temi della politica, nel 997, scateno del malcontento che sfocio in disordini culminati con l’omicidio del presule, strettamente legato al casato di Sassonia.
Arduino pochi mesi dopo quel fatto di sangue, per sedare i disordini, occupo Vrcelli, ma le tensioni crebbero ulteriormente fino a quando l’occupazione si trasformo in una vera e propria repressione che condusse all’incendio della cattedrale e al rogo della stessa salma del vescovo Pietro.
Immediatamente le gerarchie ecclesiastiche e imperiali insorsero e del delitto venne accusato Arduino,
Per prima si levo la voce di Warmondo, vescovo di Ivrea, che lo accuso di essere il mandante dell’omicidio, quindi lo ammoni, intimandogli di recedere dalla sua azione, contraria agli interessi della Chiesa, e quando il marchese non obbedi all’ingiunzione, lo scomunico con un anatema durissimo e lo maledisse. 
A sottolineare la posizione imperiale, lo stesso vescovo eporediese Warmondo ottenne esenzione dall’imperatore della citta e di tre miglia tutto intorno. Si tratto di potere tangibile, di esigere le tasse e amministrare la giustizia, passato formalmente dalle mani del marchese a quelle del vescovo.
Nell’autunno del 1000 Arduino decise di recarsi a Roma per spiegare all’imperatore la sua posizione, ma grazie alla solerzia di Warmondo e del germanico Leone, successore di Pietro nella cattedra episcopale di Vercelli, venne accusato di episcopicidio di fronte al papa e all’imperatore in seduta sinodale. Ne scaturi la condanna, la scomunica papale e la destituzione a favore del figlio Ardicione (o Ardicino).
L’ordine per lui fu di deporre la spada e farsi monaco all’istante, ma il vecchio leone indomito, rifiuto di chinare il capo.
Arduino offeso e umiliato si ritiro nelle terre dell’Orco, dove contava molti amici, soprattutto nella cerchia dei secondi militi, quei piccoli signori feudali legati alla terra, che vivevano come un incubo la presenza rapace dei vescovi, troppo legati al potere imperiale.
Il marchese spodestato trascorse lunghi mesi rintanato, meditando la vendetta. Fu un anno di intense, di contatti e di alleanze segrete. Poi, favorito dalle sommosse romane che impegnavano l’esercito imperiale, e sostenuto dai signori locali, decise di agire.
Nella primavera del 1001, Arduino, con un esercito di popolani e secondi militi, calo su Ivrea, capitale della marca, e la mise a ferro e fuoco, scacciando il vescovo Warmondo suo acerrimo nemico.
Per garantirsi un retroterra, il marchese continuo la sua marcia, fino alla completa conquista della Cisalpina, mettendo in fuga i vescovi che precipitosamente lasciarono le loro cattedre per cercare protezione a Milano.
L’azione incendio il Nord-Ovest. La campagna di Arduino venne affiancata dal suocero Oberto, marchese di Liguria, e da molti altri signori che presero le armi decisi a dare una spallata al traballante impero germanico degli Ottoni.
Trascorsero mesi tesissimi, durante i quali, da un momento all’altro, si attendeva che il giovane imperatore accorresse alla testa delle sue truppe per sedare la rivolta e rimettere sulle loro cattedre i vescovi spodestati.
Quell’anno volse al termine senza che l’esercito imperiale potesse muoversi da Roma, ma tutti sapevano che la primavera successiva ci sarebbe stata la guerra e Arduino sarebbe stato sbaragliato.
Il marchese aveva organizzato le difese, ma era conscio di correre il rischio di essere travolto dall’esercito imperiale.
Tutto era pronto per il grande scontro, quando la notizia della morte improvvisa dell’imperatore ventiduenne percorse come un lampo l’intera Europa.
Ottone III era morto a Roma, proprio mentre Arnolfo, il potentissimo arcivescovo di Milano, era in missione diplomatica a Bisanzio per negoziare il suo matrimonio con una principessa bizantina.
All’esercito imperiale germanico, privato della guida, non resto che riparare precipitosamente in Germania, recando la salma dell’imperatore.
Con questa scomparsa precoce si apri una complicata questione dinastica, conclusasi soltanto dopo diversi mesi con la salita al trono germanico di Enrico di Baviera.
Di fronte a un radicale mutamento dello scacchiere politico, Arduino assunse l’iniziativa e, con un’azione fulminea, riusci a farsi proclamare re d’Italia da una dieta convocata a Pavia il 15 febbraio 1002, soltanto tre settimane dopo la morte do Ottone, alla quale presero parte, oltre ai grandi esponenti dei casati aristocratici d’Italia, anche i secondi milites.
Per Arduino si erano aperti spazi insperati, anche se la partecipazione al voto dei secondi militi scateno le proteste dei grandi vassi dell’impero, ma Arduino non si fece intimidire.
Al successo della sua iniziativa politica valse in maniera determinante l’assenza da Milano dell’arcivescovo Arnolfo e l’appoggio delle gerarchie monastiche, tra le quali in particolare quella della Novalesa.
La situazione politica si era rovesciata!
La corona ferrea, che fu dei grandi re dell’antichita, da tempo caduta nella polvere e calpestata dagli Ottoni, ritorno a cingere il capo di un prestigioso signore italico. Correva l’anno 1002.
L’incoronazione solenne avvenne a Pavia, nell’antica basilica della capitale longobarda intitolata ai santi Ennodio ed Eleucadio.
Seguirono lunghi mesi estremamente tesi, durante i quali Arduino cerco di prepararsi all’inevitabile scontro con i germanici.
Soltanto a giugno, dopo aver risolto le complicate questioni dinastiche, Enrico di Baviera venne incoronato re di Germania.
Nella tarda primavera del 1003 Enrico invio in Italia un esercito al comando di Ottone di Carinzia, forte di
oltre trecento cavalieri, il che significa oltre mille uomini, rivendicando le sue prerogative sul trono italico, in base alla legge ottoniana.
Arduino, bene informato, lo fermo all’uscita della valle dell’Adige e lo sconfisse sul Brenta, dimostrando le sue capacita di condottiero.
Proprio in quell’anno l’abate Guglielmo, con l’aiuto del re Arduino fondava l’abbazia di Fruttuaria, destinata a divenire un faro nelle tenebre del Medioevo europeo e ancora oggi reca l’impronta delle grandi opere, destinate a sfidare i millenni.
Trascorse ancora un anno e nella primavera del 1004 Enrico con un forte esercito varco il Brennero e tutti i maggiorenti italici e i grandi vassi dell’impero, tra i quali molti avevano sostenuto Arduino nella dieta di Pavia, corsero a rendergli omaggio.
Egli giunse fino a Pavia, dove l’arcivescovo di Milano Arnolfo, il 15 maggio 1004, lo incorono re d’Italia.
Per il re italico si profilava una drammatica disfatta.
Valutata la situazione e le forze in campo, Arduino decise di arroccarsi nella sua valle, sbarrandola all’imbocco e stabilendo il suo quartier generale nell’antico castro di Sparone.
Grazie alla favorevole situazione morfologica del luogo, ne segui un lunghissimo assedio di cui non abbiamo notizie di dettaglio, ma sappiamo che non ebbe esito favorevole alle truppe germaniche. Anche la durata e incerta. La cronaca della Novalesa parla addirittura di un anno. Piu probabilmente la guerra di posizione duro dalla fine di maggio agli ultimi giorni dell’anno, quindi circa sette mesi. Nel dicembre 1004 Enrico rientro frettolosamente in patria per risolvere importanti questioni sorte ai confini orientali per le azioni di conquista di Boleslao di Polonia ai danni della Boemia.
Con l’abbandono del campo da parte del suo avversario, Arduino colse una grandiosa vittoria, che gli consenti di governare per altri dieci anni.
Le frammentarie informazioni che ci sono giunte, riferiscono di un monarca continuamente volto ad acquisire consensi presso i grandi vassi, senza troppa fortuna, mentre ebbe largo seguito presso i piccoli signori locali, di cui divenne la vera bandiera. Giuseppe Sergi lo defini re curiale e guerrigliero, in quanto si rifece ai precedenti re italici nella concessione di diplomi e privilegi, ma fu sempre pronto a muovere con piccoli eserciti improvvisati per le sue spedizioni punitive.
Il decennio di governo di Arduino, tra il 1004 e il 1014 e dovuto soprattutto all’enorme problema dei confini orientali dell’impero che furono posti sotto forti pressioni dai polacchi e dagli slavi ed Enrico non ebbe il tempo, ne le capacita politiche e militari di rivolgere le sue attenzioni all’Italia.
La vicenda arduinica, va naturalmente sfatata dai miti locali che ancora persistono, per collocarla nella sua giusta luce storica, dalla quale emerge un uomo scaltro e fortunato, poco avvezzo a rispettare le regole dettate dal potere costituito, ma probabilmente anche animato da un nobile disegno di potere che puntava a strappare dalle mani degli odiati germanici lo scettro italico. Per il Canavese, i primi anni del secolo XI, rappresentano la piu gloriosa pagina di tutta la sua storia. Fu altresi di grande importanza, in quanto e probabilmente alla base del forte incastellamento del territorio, soprattutto della valle Orco e di Pont in particolare, che durante il suo regno assunse il ruolo di estrema ridotta difensiva.
Ancora legata all’attivita di Arduino e la fondazione di Fruttuaria ad opera di Guglielmo da Volpiano, abate dell’abbazia di San Benigno di Digione. Questi, parente dello stesso Arduino, fondo l’abbazia soltanto un anno dopo la fortunosa incoronazione di Pavia. L’importante istituzione va probabilmente letta nella duplice ottica, d’interesse del re a favorire la crescita di una rete di potere economico, politicamente vicina e amica, da contrapporre al forte contrasto delle gerarchie ecclesiastiche ufficiali, ma anche come la messa al sicuro dei beni di una famiglia potente, troppo compromessa nel sostegno di un’avventura il cui esito, nel 1003, era tutt’altro che scontato. Il conferimento dei beni a Fructuaria avrebbe presumibilmente potuto evitare la confisca nel caso in cui l’ambizioso progetto di Arduino avesse dovuto naufragare in breve tempo.
In occasione della seconda calata germanica (1014), Arduino, dopo una breve azione contro Vercelli, si arrese alla condanna papale e si ritiro in stato monacale a Fruttuaria, dove mori nel dicembre dell’anno successivo. La repentina e incruenta scomparsa di Arduino dalla scena politica, puo essere variamente interpretata. Anzitutto va considerata l’eta avanzata e quindi verosimili problemi di salute, ma al contempo dobbiamo registrare il fatto che la sua rinuncia non coincise con l’estinzione del casato, il quale - viceversa - a partire dai suoi figli, continuo a ricoprire incarichi pubblici di rilievo e, in primis, varie posizioni comitali.
Il ritiro del vecchio combattente sembra piu verosimilmente interpretabile come il frutto dell’abile negoziato di un uomo che si sente alla fine della propria esistenza e vuol lasciare dietro di se le cose in ordine. Un’ultima grande azione diplomatica, attraverso la quale, sfruttando il residuo prestigio politico-militare, riusci a mettere al sicuro i suoi familiari, garantendo un futuro alla sua discendenza e al contempo salvando un immenso patrimonio concentrato nella sua creatura piu preziosa: L’abbazia di Fruttuaria. Egli riusci addirittura a strappare al suo acerrimo nemico, il vescovo Leone di Vercelli, beni importanti, come il castello di Rivarotta, posto a controllo della strada pedemontana che attraversava il Canavese in direzione E-W e significativa fonte di reddito per via del pedaggio.
Fruttuaria, benedetta nel 1006, pochi anni dopo la fine del travagliato X secolo, sara destinata ad assumere un ruolo primario nel panorama europeo, riportando ancora il Canavese al centro della scena internazionale. Si tratto di un centro economico di grandissimo rilievo, che giungera a battere moneta, rappresentando un polo di benessere e sicurezza senza confronti nell’intera Cisalpina.
Nel corso del secolo X la corruzione dilagante e l’anarchia avevano invaso profondamente tutti i meandri della vita pubblica sia civile, sia religiosa. Nella chiesa la simonia era divenuta una pratica diffusa anche se fortemente combattuta dalla gerarchia che la addito come forma aberrante e si sollecito da piu parti il ritorno alle origini. Talora, su questo tema si fronteggiarono il clero secolare e le grandi abbazie. A questo proposito e significativa l’azione di moralizzazione portata avanti da Gerberto di Aurillac abate di Bobbio, e successivamente papa con il nome di Silvestro II.
Il potere regale o imperiale, solitamente fu lontano e debole, cosi i grandi signori locali (vassi) di derivazione carolingia cercarono di affrancarsi dalla sudditanza all’impero e crearono sempre piu frequentemente dei castelli a difesa dei loro beni, provocando un fenomeno complesso di riorganizzazione degli insediamenti proprio in riferimento a questi punti di forza.
Nel tentativo di contrastare questa frantumazione del potere, l’impero gioco la carta delle gerarchie ecclesiastiche che di fatto divennero di nomina imperiale e, proprio nei primi decenni del X secolo ottennero esenzioni territoriali e assunsero un potere temporale importante, spesso in contrasto con le cariche pubbliche civili detenute dalle signorie locali.
Tra questi due poteri forti, sovente in lotta fra loro, si inserirono le grandi abbazie benedettine, che talora divennero dei veri e propri domini territoriali di tipo feudale.
Secondo l’ordinamento antico, i grandi vassalli avevano a loro volta dei valvassori che investivano di feudi piu o meno grandi. Questi personaggi composero la casta dei secondi milites (piccoli signori locali legati ai grandi fondi), sui quali Arduino fece leva per scardinare il sistema di potere ottoniano.
La gente comune viveva per lo piu nello stato servile, cioe rispondente a un signore della terra che occupava e coltivava, e non poteva abbandonarla. Il signore, viceversa, poteva vendere, cedere o scambiare il servo insieme con la terra e questi non poteva essere giudicato che dal suo signore.
Nel nord-ovest italiano vi furono citta importanti come Asti, Vercelli, Susa, Saluzzo, Torino, Ivrea. Queste ultime, tra l’alto, nel X secolo divennero sedi delle omonime marche che ebbero giurisdizione su tutto il Piemonte e la Liguria. Molti dei signori locali erano di antica origine longobarda, ma la maggior parte dei grandi vassi, viceversa era di origine franca, come nel caso di Arduino e di Berengario II, suo predecessore sul trono italico.
Le opere pubbliche nel secolo X erano molto scarse e si limitavano alle strade che, per lo piu erano ancora quelle consolari romane, malamente condotte dai signori locali; cosi come i ponti, sui quali peraltro sovente gravavano i pesanti pedaggi.
Le uniche scuole pubbliche erano quelle ecclesiastiche: gli scriptoria, diffusi sia in ambiente monastico, sia presso le principali corti episcopali. Nel Nord-Ovest ebbero un ruolo determinante quelli di Ivrea, Vercelli e Asti. A queste scuole ebbero accesso pochi eletti appartenenti alle classi abbienti.
La Scuola Superiore di Ivrea e citata gia nel Capitolare di Lotario dell’825 ed ebbe un ruolo di particolare importanza nella cultura del suo tempo se sono giunti sino a noi ben 9 codici di IX secolo di cui 5 sicuramente di produzione locale .
In Piemonte, un’importanza particolare e rivestita dall’abbazia benedettina della Novalesa, che detenne un immenso patrimonio territoriale in tutto il Piemonte, ma anche in Lombardia e nei territori d’Oltralpe.
Nel X secolo la vita quotidiana era incentrata sui ritmi della campagna. I grandi vassi mantenevano corti importanti e vivevano in ricchi palazzi, solitamente discosti o separati dalle stesse citta che amministravano. Proprio durante questo secolo i grandi signori, preoccupati della loro incolumita incominciarono a costruire dei castelli per proteggere le loro dimore e i loro averi.
I secondi milites abitavano d’abitudine dei mansi nella campagna minimamente protetti con palizzate di legno, localizzati sullo stesso latifondo che rappresentava la loro ricchezza. Accanto alle loro residenze o comunque a breve distanza vi erano le capanne dei servi che lavoravano al terra, garantendo al signore un buon livello di vita. Questi piccoli insediamenti, per larga misura, furono alla base della fitta rete di insediamenti rurali nelle campagne.
Durante il X secolo fecero la loro comparsa anche i piccoli castelli o case forti, situate nell’ambiente rurale, derivati dall’esigenza di proteggersi dalle incursioni di ungari e saraceni. Comunque, la diffusione capillare dei castelli si registro soltanto durante i due secoli successivi, quando le azioni difensive non furono piu rivolte ai nuovi barbari, bensi ai signori vicini che, incoraggiati dalla debolezza del potere centrale, spesso promuovevano cruente azioni di conquista.
Nelle citta la gente viveva in case nelle quali vi erano stalle, granai, porcili e ovili, e le stesse strade spesso erano invase da animali domestici. Inoltre, nella maggior parte dei casi, non vi erano fognature, ad eccezione delle grandi citta nelle quali erano ancora attive le cloache romane, pertanto spesso al centro della strada si accumulavano gli scarichi organici delle case.
Nella norma le unita abitative della gente comune si componevano di due piani, dove al terreno si trovavano stalle e cucine, spesso in promiscuita, mentre al piano superiore, su un assito, vi erano i locali per la notte, ma anche i granai e i fienili.
L’arredamento delle case della gente comune era estremamente sommario. Talora si trovavano delle casse panche, nelle quali si ritiravano i vestiti in eccedenza e la poca biancheria, mentre le derrate alimentari e le scorte, erano solitamente contenute nei dolia in terra cotta o piu raramente nei grandi vasi di pietra ollare. Nelle case non vi erano tavoli, ne panche o camini. Il focolare era collocato sul pavimento del locale adibito a cucina e il fumo veniva evacuato secondo un sistema di tiraggi appositamente studiato tra le aperture in basso e quelle situate nella parti alte della casa. Gli occupanti, nella stagione rigida, si radunavano intorno al focolare, sedendosi per terra o al piu su bassi sgabelli e in quella posizione consumavano i pasti e si fermavano per discorrere o per svolgere piccole attivita artigianali, insieme con una grande quantita di lavori domestici. Al piano superiore, al quale si accedeva con una semplice scala a pioli, non vi erano letti per la notte, ma semplici pagliericci posati a terra, direttamente sull’assito. Le coperte spesso erano costituite dallo stesso mantello che veniva portato sopra la tunica e i gambali durante il giorno.
La dotazione domestica era altrettanto sommaria. Non si conoscevano le posate e nemmeno i piatti. Il cibo, se liquido (latte, minestre, zuppe, ecc.), veniva consumato direttamente nelle ciotole, dalle quali si beveva. Nel caso in cui fosse solido (formaggio, carne, ecc.), lo si consumava con le mani, aiutandosi al piu con un coltello per tagliarlo. 
I vestiti della gente comune erano confezionati con tessuti, quasi sempre in lana, costituiti dalla veste a tunica, e dal mantello. Talora gli uomini portavano dei gambali e dei copricapi. Non esisteva la biancheria intima ad eccezione di probabili perizomi e delle fasce mammillari per le donne delle classi piu abbienti. I milites, i grandi vassi, i presbiteri e i grandi dignitari, vestivano in maniera raffinata e distintiva. Nell’ambito di queste classi erano molto apprezzate le stoffe pregiate che provenivano dall’impero bizantino (seta, lino, ecc.).
Sulle strade la gente viaggiava prevalentemente a piedi, oppure su rudimentali carri tirati da buoi. I cavalli e anche i muli erano una chiara prerogativa signorile. Talora qualche famiglia dei ceti piu bassi possedeva un asino che impiegava come animale da soma, svolgendo trasporti anche per conto di terzi.
Il secolo X fu molto cruento. Le guerre tra le grandi monarchie, ma anche tra i vassi a livello locale, erano numerose, anche se spesso territorialmente limitate, ma spietate e cruente. Talora, si registravano anche guerre tra diversi episcopati, come nel caso di Milano e Asti nel 1011.
Nel X secolo la vita umana valeva poco, e non soltanto presso le classi meno abbienti. La crudelta era all’ordine del giorno. Mutilazioni orribili, decapitazioni, annegamenti e impiccagioni, erano molto frequenti e toccavano anche la sfera dei personaggi di rango.
Nella citta come nelle campagne la gente viveva in condizioni igieniche molto precarie, cosi come precarie erano le condizioni di sicurezza personale e dei beni. Le pestilenze erano molto diffuse e periodiche, poiche spesso si manifestavano come infezioni e intossicazioni derivate dall’assenza totale di norme di igiene personale e di profilassi. Febbri tifoidee, influenze virali e delle vie respiratorie, con una frequenza talora sconcertante decimavano la popolazione, per non dire della peste, che spesso provocava la scomparsa di intere comunita. A queste si deve aggiungere il flagello endemico della malaria, presente in maniera significativa anche nella pianura Padana.
Fino al terzo quarto del X secolo, a queste calamita si aggiungevano i pericoli esterni, rappresentati dalle diverse etnie di predoni che periodicamente aggredivano le popolazioni locali portando morte e distruzione. Le grandi razzie comunque cessarono prima della fine del secolo. In Italia non si registrarono incursioni ungare dopo il 946. I magiari vennero vinti definitivamente nel 954 a Lechfeld, da Ottone I in una battaglia epica, che condusse alla cattura di molti loro capi e segno la definitiva sedentarizzazione in Pannonia. Dopo il 972, cessarono del tutto anche le incursioni saracene sulle Alpi Occidentali, poiche la loro base in terra ferma, a Le Frejnet, venne smantellata. Da quel momento le terre del Piemonte divennero piu sicure.